Raffaella Mangiarotti

Architetto e designer

Architetto e designer Raffaella Mangiarotti lavora in ambiti molto diversi dell’industrial design, dal mobile all’elettrodomestico, dove trasferisce un approccio umanistico, portando il suo tocco femminile senza trascurare gli aspetti tecnici. Definisce il design, un’avventura che a partire da un’idea porta a esplorare strade sempre diverse.
Recentemente si è avvicinata al mondo dell’ufficio affiancando aziende del settore nella direzione creativa come nel design di nuove collezioni che stemperano la formalità e rigidità dell’ufficio tradizionale, rendendolo più simile alle atmosfere calde e accoglienti di casa.
Officelayout l’ha incontrata per approfondire come è cambiato il ruolo del designer nel tempo e quali valori possono scaturire da una collaborazione sinergica con le aziende produttrici.

Cosa significa oggi occuparsi di design? Che competenze sono necessarie per interpretare il mercato e per sfruttare al meglio l’evoluzione tecnologica?
Il ruolo del designer è più ampio e diversificato che in passato. Il designer può essere designer-artigiano e autoproduttore, imprenditore di start up, consulente strategico in azienda, designer di prodotto, di servizio, di processo, della comunicazione e della strategia web… Insomma può contribuire a progettare tutto ciò che gravita intorno al sistema prodotto-servizio-comunicazione. Ed è proprio questa ampiezza, e anche natura delle sue competenze, a rendere strategico il suo ruolo, sia nella progettazione, sia nella comunicazione del prodotto. Un ruolo importante a fianco dell’azienda e dell’imprenditore nel definire le strategie relative ai prodotti e al mercato.
Per me il designer è un anche un facilitatore. Pensiamo ad esempio agli sviluppi tecnologici e al mondo IoT: il designer non inventa la tecnologia, però progetta in modo tale che le persone la comprendano e la utilizzino in modo intuitivo. E questo è importante in condizioni di complessità, perché se una persona non intuisce come usare un prodotto o una tecnologia se ne allontana. Il designer quando progetta pensa all’uso del prodotto o del servizio mettendo la persona al centro dell’intera strategia di experience design.

Il rapporto tra designer e l’azienda rappresenta un pilastro fondante. In che modo va costruito e quali caratteristiche deve avere affinché sia attivato un efficace scambio di conoscenze a valore del concept del prodotto?
Credo molto nel rapporto tra azienda e designer. Penso che nei rapporti che funzionano ci sia principalmente la condivisione di una visione unitaria, di dove si vuole andare insieme. È come dire la costruzione congiunta di un sogno. Quando inizio un progetto o una direzione creativa mi viene spontaneo fare un racconto di come vedo l’azienda e come vedo l’evoluzione degli stili di vita, usando degli schizzi dove disegno ambienti con i prodotti abbozzati per dare una visione di insieme e vedo subito se in quella visione ci riconosciamo. Tale visione cerca di identificare idee, stili di vita e di pensiero, sensazioni ed emozioni, a cui seguono in modo naturale idee di prodotti, finiture e colori che possano rendere concrete le parole. Credo che affiancando i disegni al racconto si possano evitare incomprensioni. Se ci entusiasmiamo entrambe allora si parte. Diversamente, non saprei dove andare, cosa disegnare o che designer chiamare per una collaborazione.
Una visione chiara ci aiuta a discernere cosa fare tra tutte le opportunità che si potranno presentare. Ma soprattutto aiuta tutti a collaborare insieme, non c’è una sola persona a decidere il tutto, ma un gruppo coeso che si muove nella stessa direzione, seppur partendo da punti di vista diversi. È questo che mi piace della direzione creativa. Dare un orientamento e non essere alla fine così indispensabile. L’azienda deve camminare con le proprie gambe e acquisire la sua specifica identità.
Il passato insegna che gli esempi che hanno dato risultati migliori nel campo dell’innovazione attribuiscono al designer un ruolo non meramente progettuale, ma le sue sensibilità e libertà creative vengono coinvolte anche nella formulazione della strategia produttiva e della strategia commerciale. Il designer ha una forte sensibilità su quali siano le tendenze e può aiutare l’azienda a capire quali sono le direzioni più giuste per sviluppare un nuovo prodotto che sia in sintonia con ciò che è nell’aria o a rappresentare il futuro. Se poi ha anche una certa sensibilità di mercato può dare un contributo significativo nella formulazione e sviluppo di una strategia produttiva e commerciale, con la definizione di prodotti che anticipano gli stili di vita.

Parte del successo di un nuovo prodotto è legato al tipo di comunicazione che viene fatta? Quale il contributo può dare il designer in tal senso?
Credo che il designer possa aiutare nello story telling del prodotto. Oggi non interessa solo il prodotto, ma anche la storia che gli sta dietro, il pensiero che l’ha informato, come è avvenuto il processo creativo, quale è la prima ispirazione o quale è la sua funzionalità…

L’avvicinamento al mondo ufficio, dove ha affiancando aziende diverse per approccio e tipologia di prodotti, in quali valori si è concretizzato? Qual è la sua visione dell’ufficio futuro?
Sono ormai diversi anni che mi sono avvicinata al mondo dell’ufficio. Fin dall’inizio mi ha interessato una visione dell’ufficio accogliente e confortevole. In ufficio si trascorrono più ore che a casa quindi deve essere piacevole starci. Ma l’ufficio, per sua natura, è destinato ad accogliere più persone di quanto avvenga in una casa, quindi l’ho sempre visto come “una casa organizzata per lavorare comodi”. Essendo poi donna non sono mai stata interessata alla rappresentazione dell’arredo come espressione di potere e di status. Sono più concentrata sulla ricerca della funzionalità, dell benessere e dell’eleganza. Per sentirsi bene in un luogo anche l’estetica ha un ruolo fondamentale.
Ritengo però che parlare di ufficio sia limitativo, preferisco parlare di lavoro. Oggi lavoriamo ovunque con il computer e il telefono cellulare, in casa, in hotel, su una panchina al parco. Bisogna quindi capire dove si può lavorare e studiare dei sistemi per lavorare comodi dove si preferisce.

Che cosa ha portato in questo mondo delle esperienze passate? Il suo approccio “femminile” “delicato” e “umanistico” non trascura gli aspetti funzionali e tecnici. In che modo hai ottenuto questo risultato?
Ho lavorato per tanti anni come product designer in settori tecnici soprattutto in quello degli elettrodomestici, dell’elettronica di consumo e degli accessori auto, ma li ho sempre affrontati con una visione umanistica, dove la funzionalità, il comfort e la cura sono sempre stati privilegiati rispetto alla pura performance tecnica. Credo che questo approccio rimanga lo stesso, indipendentemente dal settore in cui lavoro.

In che modo la capacità artigianale delle aziende italiane può rappresentare un valore aggiunto?
La capacità artigianale rappresenta un forte valore aggiunto del made in Italy, ma tale capacità viene valorizzata solo se raccontata con il brand e trasmessa con il prodotto. Solo così potrà essere apprezzata e costituire un valore aggiunto. Questo però non può prescindere da un brand scattando e una buona immagine che trasmettano in modo chiaro l’identità e il mood dell’azienda.

Le ridotte dimensioni delle realtà italiane rappresentano spesso un limite in termini di ricerca e innovazione. Quali a suo parere le strade da percorrere per superarlo?
Le dimensioni ridotte da un lato sono un limite, dall’altro possono essere uno stimolo e un’opportunità. Non mi piace vedere il bicchiere mezzo vuoto. E spesso è inutile confrontarsi con grandi realtà quando si è ‘piccoli’. Si deve solo trovare la propria strada e c’è una buona strada per ogni dimensione aziendale. Credo che anche nelle realtà con risorse limitate il progetto debba essere spinta di innovazione, tenuto anche conto che spesso la necessità aguzza l’ingegno. Si può lavorare bene anche con poco. Le vetrine di Hermes sono spesso realizzate con la carta ma, come dire, dietro c’è un bel progetto. Occorre trovare la direzione giusta, poi le cose vengono da sole, lavorando con una visione e con impegno.


Paola Cecco

Paola Cecco

Laureata in architettura presso il Politecnico di Milano, ha svolto attività progettuale presso studi professionali dove ha affrontato la progettazione di edifici residenziali e del terziario. Nel 2001 entra a far parte della redazione di Officelayout, la rivista per progettare, arredare e gestire lo spazio ufficio. Ambito nel quale si occupa delle tematiche relative all’illuminazione, alle nuove tecnologie e all'allestimento degli spazi di lavoro con focus sulla sostenibilità dei luoghi e sul benessere delle persone in azienda. Dal 2014 coordina le attività editoriali e i convegni sviluppati e promossi dalla testata Officelayout.

Officelayout è la rivista di Soiel International, in versione cartacea e on-line, dedicata ai temi della progettazione, allestimento e gestione degli spazi ufficio e degli edifici del terziario

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